Bernanke promette altri tagli

di Daniela Roveda

Il Sole 24 Ore - 28 Febbraio 2008

I tassi di interesse americani dovranno scendere ancora per scongiurare una recessione, ha indicato ieri il governatore della Federal Reserve, e per tutta risposta il dollaro è andato a picco. Ieri la valuta americana è precipitata al minimo storico di 1,5143 contro l'euro nel giro di pochi minuti dalle dichiarazioni del governatore Ben Bernanke di fronte al Congresso. Bernanke ha ribadito che potrebbe ricorrere ancora una volta all'arma dei tagli ai tassi di interesse per stabilizzare l'economia e pompare liquidità nel settore creditizio, pur in presenza di un concreto e crescente rischio di inflazione.
Ieri il dollaro è sceso in picchiata non solo contro l'euro: la valuta americana ha toccato il minimo storico anche contro il franco svizzero (1,0624), il livello più basso degli ultimi 24 anni contro il dollaro australiano e contro il dollaro neozelandese, ed è sceso a valori che non si registravano da almeno otto anni contro diverse valute sudamericane e asiatiche. Non sono state solo le dichiarazioni di Bernanke a contribuire allo scivolone del dollaro. Ieri l'organo di controllo del settore del credito immobiliare Office of Federal Housing Enterprise Oversight (Ofheo) ha eliminato il limite sulla dimensione del portafoglio delle due maggiori società di mutui Freddie Mac e Fannie Mae. Ciò significa che entrambe potranno rimpolpare la domanda di mutui sul mercato secondario ed esercitare indirettamente ulteriori pressioni al ribasso sui tassi americani. A questo punto i mercati prevedono che i tassi reali di interesse negli Stati Uniti, al netto cioè delle aspettative di inflazione, possano scendere a zero il mese prossimo se la Federal Reserve dovesse abbassare i tassi sui fondi federali dal 3% al 2,5 per cento. La Banca centrale ha già tagliato i tassi di 2,25 punti percentuali tra settembre e febbraio. È evidente, quindi, che dal punto di vista del governatore Bernanke il rischio di recessione è più preoccupante del rischio di inflazione. E questo spaventa. La crisi immobiliare dei mutui subprime ha scosso profondamente il mercato del credito, ha detto ieri il governatore, e il rischio di una crisi di liquidità rimane concreto. Anzi, Bernanke ha suggerito che l'efficacia dell'espansione monetaria avviata negli ultimi sei mesi sia stata compromessa in parte dalla crisi creditizia; nonostante i ripetuti tagli ai tassi interbancari, infatti, i tassi sui mutui immobiliari trentennali sono addirittura saliti dal 6,09% al 6,27% la settimana scorsa, e le richieste di accendere mutui secondari sono scese del 30,4% secondo gli ultimi dati della Mortgage Banking Association.
Allo stesso tempo l'ultima infornata di dati economici ha confermato lo scoraggiante quadro dipinto dal governatore Bernanke sullo stato dell'economia. Gli ordini di beni durevoli, termometro delle decisioni di spesa in conto capitale delle imprese, sono scesi del 5,3% in gennaio; le vendite di immobili residenziali di nuova costruzione sono crollate del 2,8%, al livello più basso degli ultimi 13 anni.
Bernanke ha riconosciuto implicitamente che l'economia americana può incappare nell'infelice combinazione di stagnazione economica e inflazione. I numerosi segnali che puntano verso la recessione - salari in calo, fiducia dei consumatori in discesa, vendite al dettaglio in diminuzione - si stanno affiancando a numerosi segnali di un'accelerazione dell'inflazione. Alimentati dall'impennata dei prezzi del petrolio e dell'alimentare, i prezzi al consumo nel 2007 sono aumentati del 4,1%, il tasso più alto degli ultimi 17 anni, mentre i costi delle imprese sono cresciuti del 7,4% in gennaio, l'incremento più alto degli ultimi 27 anni.
La Federal Reserve spera che il rallentamento della crescita economica possa attenuare le pressioni inflazionistiche esercitate da fattori esogeni come i prezzi dell'energia. A questo punto quindi le priorità della Banca centrale americana si differenziano sempre più nettamente da quelle della Banca centrale Europea, che mantiene i tassi al 4% dal giugno scorso.
Il differenziale tra i tassi americani ed europei pare destinato quindi a rimanere alto e possibilmente ad aumentare almeno fino a metà anno, ma ciò non sembra preoccupare il governatore. Anzi, ieri Bernanke ha sottolineato che il dollaro debole ha contribuito all'aumento dell'11% delle esportazioni Usa nella seconda metà del 2007, e al primo calo del deficit delle partite correnti dal 2001. L'implicita "benedizione" di Bernanke ha inevitabilmente accelerato la spirale al ribasso della valuta Usa.